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In Code we trust

di Felicia Pelagalli  

I momenti più interessanti dell’insegnare [lat. *insĭgnare, «imprimere segni (nella mente)», der. di signum«segno», col pref. in– Voc. Treccani] sono i momenti di dialogo e confronto con gli studenti.

Si comprendono molte cose, si intuiscono modelli culturali e nuove verità.

È ciò che mi è accaduto in questi giorni, durante le lezioni al Master Big Data della Sapienza.

Opentrasparentecondivisoscalabile: le nuove parole d’ordine.

Quei puntini da unire per far emergere la “visione” dei nuovi scienziati del dato.

Tutto è iniziato dalla protesta mossa dagli studenti contro il software che un illustre professore aveva spiegato a lezione, ma di cui non aveva dato/aperto la licenza. Molte ore di lezione, tanta ricerca universitaria, numerosi anni di studio e lavoro: invalidati. Nessuno degli studenti aveva preso in considerazione l’ipotesi di utilizzare quel software (iper specializzato) per condurre le proprie analisi. Uno spreco!

Cerco di capire meglio la protesta.

Quanto costa la licenza? Chiedo.

Nessuno lo sa. Dopo una breve ricerca on line scopriamo che la licenza per gli studenti costa solo 90 euro. Accessibile. La motivazione economica al non uso, cade.

E allora? Perché non “sfruttare” la competenza, l’esperienza, le risorse, di chi ha studiato quel tipo di analisi in 40 anni di carriera universitaria? 

Perché non è OPEN.

Mi assale il sospetto che si tratti della cultura del rifiuto dell’esperto…

Ma, mi spiegano, il problema è che loro non vogliono avere “SCATOLE CHIUSE”. Vogliono poter impostare i singoli passaggi di un’analisi, comprendere e controllare i diversi passi. L’algoritmo di clusterizzazione deve essere trasparente. Deve essere impostato da loro scrivendo CODICE. Inoltre, aggiungono, nei linguaggi di programmazione e nelle “librerie” Open Source c’è una comunità attiva e disponibile pronta ad aiutarti e a risolvere i problemi che dovessero sorgere. Qualsiasi ostacolo è già stato affrontato e risolto da qualcuno prima di te; qualcuno che sarà ben lieto di suggerirti la soluzione. In ultimo, la scalabilità. Procedure che possano funzionare su volumi crescenti, senza limiti.

Tutto questo è… CULTURA DIGITALE… XXI SECOLO.

Benissimo. Ma siamo sicuri che la competenza sarà salva?

E dall’altra parte, l’illustre professore si sarà reso conto che il cambiamento in atto è profondo e irreversibile?

Articolo pubblicato il 20 novembre 2019 da ©Sole24Ore – RIPRODUZIONE RISERVATA

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